Un racconto di passione, gelosia e follia: «Prosit!»

Questo è un racconto di passione, gelosia e follia. Un genere un po’ diverso da quelli pubblicati fino a ora, ma che mi diverte tantissimo scrivere! La foto di copertina è stata realizzata da Barbara Maurino alla quale ho chiesto di immaginare uno scatto dopo aver letto la storia. Non so come ringraziarla. Buona lettura. 

«PROSIT!»

Gianni a quella cena non sarebbe voluto andare. Era stata Beatrice a insistere: «Se non vieni non ti parlerò mai più» – gli aveva scritto su WhatsApp una mattina di qualche settimana prima.

I due era da qualche tempo che si stavano pizzicando su quell’appuntamento. Lei lo aveva voluto fortemente; lui ne aveva un sacco paura. «Perché non vuoi venire?» – gli aveva chiesto un pomeriggio.
«So che non mi divertirei» – aveva risposto lui con uno slancio di sincerità.
«E perché?». Il perché lui lo conosceva benissimo, ma non era in grado di trovare le parole adatte per spiegarlo.
La prima volta che l’aveva rivista erano entrambi al binario cinque della stazione ferroviaria di Torino Porta Susa. Tutti e due pendolari, tutti e due soli. Un cenno di saluto con il capo e un timido avvicinamento.

«E alzo questo boccale di birra all’onore del più grande musicista di Torino» – disse Nino con il suo marcato accento palermitano e mentre lo diceva sollevava il braccio destro come a celebrare l’ultimo scudetto vinto dai rosanero: «Gianni, e la tua birra?».
Gianni era sulla porta d’ingresso della piccola sala dentro la quale avrebbero cenato. Alle sue spalle il bancone del minuscolo ristorante e dietro al bancone la porticina che conduceva alla cucina. Aveva ancora addosso il calore dei fornelli e il vapore dei cuocipasta. Dentro le narici il profumo delle erbette di montagna e la violenza della selvaggina cacciata da poco.
«Nino, ha fatto quello che avresti dovuto fare tu, burino che non sei altro!» – rispose il cuoco sbucando alle spalle di Gianni – «Mi ha portato una bella birra fresca, così possiamo fare un brindisi tutti insieme». E in pochi istanti la sala venne invasa da un concerto di vetri e sfiati soddisfatti. L’unico a non avere la sua bottiglia era proprio Gianni.

«Il primo sorso tocca a te» – disse il cuoco facendo passare la bottiglia sulla spalla destra di Gianni.
«E no, questa l’ho data a te! Figurati!» – rispose lui facendo due passi in avanti e alzando il braccio per attirare l’attenzione del cameriere.
«Come vuoi, ma io non bevo finché non arriva anche la tua birra».

I due si erano conosciuti la sera del concerto. Entrambi prima di quell’appuntamento erano a conoscenza dell’esistenza l’uno dell’altro, ma mai si erano presi la briga di scambiare più di un saluto formale.
Quella sera invece il cuoco aveva voluto fare lo splendido: «Se non volete fare la coda, dite a me che ordino per voi» – aveva annunciato a Gianni e Beatrice che erano in coda alla cassa del bar proprio dietro di lui. «Io prendo un caffè» – aveva risposto lei. «Per me va bene un panino» – aveva aggiunto Gianni.
Pochi minuti e il cuoco era arrivato al tavolino vicino al bancone con quattro panini, una Coca Cola e lo scontrino di tre caffè. Gianni cominciò a divorare ogni cosa e lo faceva per ripicca perché quel “maledetto bastardo” aveva passato tutta la sera a cercare di infilarsi nelle mutande di Beatrice. Non che tra Beatrice e Gianni ci fosse qualcosa, però era stato lui a invitarla alla festa…

«Credo che andrò con gli altri alla prima di King Barret» – le aveva annunciato una sera durante i soliti quarantacinque minuti di chiacchiere durante il ritorno dal lavoro.
«Veramente? E dove suona? A me piace tanto King Barret» – aveva risposto lei con un carico da novanta di entusiasmo. Uno, due e l’invito era stato servito.

Quando King Barret salì sul palco il vecchio magazzino occupato esplose in un’ovazione. I ragazzi ballavano al ritmo dei suoi dread e lui si contorceva su se stesso sollevando e abbassando il violino come se durante un orgasmo di passione e tenerezza.
Gianni guardava il palco e con la coda dell’occhio sbirciava Beatrice che si dimenava sensualmente appoggiata a una transenna vicino a una cassa. Insieme agli altri del gruppo osannava quell’artista che in realtà conoscevano meglio per le ore passate in osteria, che per la discografia. King Barret era uno di loro; una delle trentamila anime del paesino. Gianni era una decina di passi indietro.

Un brano dopo l’altro e l’atmosfera si fece sempre più incandescente, il fumo diventava sempre più denso e aromatizzato, la maglietta sempre più umida e la gola sempre più secca. «Che stai a fare qua? Vai dalla tua amica» – gli aveva urlato all’orecchio Nino, ma Gianni era immobile, come piantato con le gambe dentro profonde sabbie mobili. «Guarda che te la frega..» – gli disse il siculo dopo avergli passato una sigaretta con ancora un paio di tiri.
Il cuoco era vicino a Beatrice. “Che ci sta a provare..?” – pensò Gianni quando lo vide appiccicato alla sua guancia con la scusa di farsi sentire meglio. «Sì, ci sta provando» – bisbigliò tra sé e sé quando lo vide prenderla per il polso e portarla via verso il bar. Gianni sprofondò ancora qualche centimetro dentro le sabbie mobili, poi si girò verso Nino e si fece passare un’altra sigaretta.

Gianni quella sera, quella del concerto, non aveva alcun piano, ma questa sera, quella della cena, invece sì. La gelosia alimenta la fantasia e la follia, e fu per questo che alla fine decise di far aggiungere un posto a tavola. Il cuoco, quel maledetto bastardo che non aveva rispettato il protocollo della buona educazione, meritava di morire in modo atroce.

“Veleni che uccidono all’istante” aveva cercato su Google il giorno che era stato folgorato dall’illuminazione. Tetradotossina, aveva risposto Wikipedia.
Gianni lo voleva vedere morire soffrendo, ma in fretta. Avrebbe versato il veleno nella birra e poi gli avrebbe ceduto la bottiglia. Lui, arso dal calore dei fornelli, avrebbe bevuto con avarizia. Magari avrebbe anche fatto in tempo a lanciare un ultimo brindisi, quello che qualche ora dopo altri avrebbero letto come un presagio della sua drammatica fine.
Il cuoco avrebbe cominciato a sentire un leggero senso di intorpidimento alle labbra che avrebbe cercato di rinvigorire con un ulteriore sorso di birra gelata; poi avrebbe accusato una piccola paresi e pochi istanti dopo avrebbe cominciato a vomitare su sedie e tavoli; infine sarebbe morto dopo una paralisi fulminante.

Tutto perfetto, tranne il fatto che Gianni avrebbe dovuto trovare il modo di sintetizzare il veleno dalle spoglie di un pesce palla, e lui un chimico non era.

No, molto meglio il cianuro. Avrebbe spezzato il contenuto di una capsula e lo avrebbe versato dentro il collo della bottiglia; quel bastardo avrebbe bevuto e via di cefalea, ansia, vertigine, bruciore alla bocca e alla faringe, dispnea, tachicardia, nausea, vomito, ipertensione, diaforesi e dolore ai muscoli. Con un arresto cardiaco come gran finale!

«Allora? Lo facciamo oppure no questo brindisi?» – urlò Nino incitando gli amici a bere!
«E aspetta un attimo che arriva la birra anche a lui! Sei sempre il solito zoticone» – rispose il cuoco enfatizzando ogni suo gesto come se fosse un attore da sceneggiata napoletana. Gianni sorrise tra denti stretti e allargò timidamente le braccia.
«Facciamo notte qui!».
«Ma poi che fretta hai? Non sono neppure arrivati tutti!» – e in effetti mancava Beatrice, proprio lei che aveva voluto riunire attorno a quel tavolo gli amici che erano andati insieme al concerto, e mancava anche King Barret, il protagonista indiscusso di quella serata.
Tutto era stato organizzato nei minimi dettagli. O meglio, Beatrice aveva scaricato il peso dell’organizzazione sulle spalle di Nino che si era fatto in quattro per fare in modo che la cena riuscisse alla perfezione.

Dalla cucina un campanello cominciò a suonare con insistenza, era il segnale che il cuoco da lì a pochissimi minuti avrebbe dovuto rimettersi ai fornelli per cominciare a cucinare i piatti da mandare in sala. «Dai, fate questo brindisi altrimenti rischi di non bere» – disse Gianni assaporando già il gusto amarognolo della vendetta.
Il cuoco si strinse stretto nelle spalle e con strafottente decisione lanciò il suo cin: «A noi che ce la sappiamo vivere, a caduta libera e in cerca di uno schianto». Nemmeno il tempo di portarsi la bottiglia verso le labbra che si aprì la porta d’ingresso del locale, tutti si girarono curiosi a guardare chi stesse entrando.
A varcare la soglia, avvolta in uno splendido sorriso, era Beatrice spinta dentro da un abbraccio giocoso e passionale di King Barret. Gianni e il cuoco se li trovarono davanti a massimo cinque passi di distanza. «È qui la festa?» – disse il violinista.
«Certo! E qui c’è la tua birra fresca!» – rispose Gianni strappando la bottiglia dalle mani del cuoco. «Prosit!».

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