Un racconto vegano: Vegan Killer!

Il bello dei racconti è che nascono in modo imprevisto, questo nasce da due discussioni. L’input è di un’amica che mi ha confessato il suo pudore nel rivelare a chi la invita a cena di essere vegetariana e celiaca; la scintilla che ha innescato la mia fantasia è di un amico durante i deliri di una cena un po’ alcolica. Il resto è merito dell’immaginazione!

VEGAN KILLER

«È arrivato il suo avvocato!» – annunciò una voce dall’altra parte della porta, poi le cerniere cominciarono a strillare e con voce sommessa iniziò a raccontare tutto.

«Non sapete cosa mi è successo l’altro giorno al supermercato!» – disse Beatrice a Sara e Ginevra mentre con la mano destra mescolava una porzione mini di zuppa di miso al tofu e con la sinistra spazzava a mezz’aria quell’improvvisa indignazione.
Sara, colta di sorpresa da quel violento sussulto, smise di contemplare la sua insalata di farro con pomodorini caramellati e concentrò tutta la sua attenzione sull’amica. Ginevra, che non si era ancora completamente ambientata in quel mondo 100% vegetale, tirò giù l’indice che aveva puntato per chiamare la proprietaria del locale e fece segno all’amica di continuare.
«Avreste dovuto vedere. Ero alla cassa che stavo mettendo la spesa sul nastro. Solite cose: zucchini, carote, porri, finocchi.. Pasta sfoglia 100% vegetale, formaggio 100% vegetale.. Frutta varia, aglio, marmellata e un succo al mirtillo.. Dietro di me una coppia, avranno avuto una sessantina d’anni. Avreste dovuto vedere come mi stavano guardando» – stava raccontando Beatrice alle sue due amiche.

Bea era una ragazza speziata. I suoi capelli erano come la paprika; i suoi occhi come il pepe nero; il suo animo era pungente, vivace e sconvolgente come il peperoncino.
Teneva in modo ossessivo alla forma fisica ed era per questo motivo che poco tempo prima aveva cominciato a frequentare un paio di volte a settimana un piccolo locale vegano di Torino a poche centinaia di metri dal suo ufficio. I pranzi consumati in quel posto presto diventarono tre, poi quattro e infine tutti.
Era stata Simona a farglielo scoprire. «Se non riesci a venire a prendere il blocchetto dei biglietti della lotteria per il canile da me, potrei lasciartelo da una mia amica che ha una biobottega vicino a dove lavori» – le aveva scritto una mattina via mail e lei aveva colto la palla al balzo.

«Sarà stata sicuramente una coppia di ammazza capretti. Che poi se solo avessero il buon senso di informarsi non farebbero così tanta fatica a comprendere per quale motivo noi abbiamo deciso di intraprendere una scelta alimentare sostenibile e non criminale» – disse Sara inforcando un pomodorino.
«Che poi io non sarei così categorica» – intervenne Ginevra che venne bruscamente interrotta da Beatrice. «Lo so Ginevra» – disse Bea – «Non posso nascondervi che ancora oggi ho qualche reticenza a dire che sono vegana a chi mi invita a cena».
«E fai male» – irruppe Sara – «Non siamo mica malate».
«È che non mi va di passare per una difficile».
«Ho capito, ma tu sei anche celiaca».
«Appunto! Se ti invitassi a cena e tu non mi dicessi che sei vegana e celiaca io mi sentirei a disagio. Cioè, un conto è se sei vegana e un conto è se sei celiaca, ma se sei sia vegana sia celiaca e non me lo dici io m’incazzo» – si lasciò andare Ginevra che proprio non riusciva a entrare in sintonia con il background alimentare delle due amiche.
«E a Gianni lo hai detto che sei vegana e celiaca?» – chiese Sara che poi maliziosamente strizzò l’occhio all’amica.

«Prima fai il soffritto, poi metti a rosolare l’arrosto, aggiungi un po’ di vino e fai cucinare a fuoco lento».
«E quando finisce il vino cosa faccio?» – chiese Gianni alla nonna che era dall’altro capo del telefono.
«Ne vai a comprare un altro cartone!».
«Ma no nonna, non intendevo in quel senso. Quando il vino si asciuga tutto che faccio?».
«Apri il cartone nuovo e ne aggiungi un altro po’, ma non troppo e mischialo con dell’acqua altrimenti diventa troppo avvinazzato» – rispose la nonna con una venatura di sarcasmo.

Gianni aveva seguito per filo e per segno le indicazioni dell’anziana parente. Era andato al supermercato e aveva selezionato la miglior scatola di soffritto congelato che fosse disponibile dentro il banco frigo, aveva cercato il pezzo di arrosto più magro che fosse disponibile tra quelli offerti dalla vasta gamma dei confezionati e aveva preso una retina di patate da fare al forno come contorno. Poi, prima di arrivare alla cassa, si era fermato davanti alla parete dei vini, e, dopo aver snobbato tutti quelli in bottiglia con un prezzo superiore ai 2 euro e 99 centesimi, aveva messo nel carrello un paio di cartoni di vino bianco frizzante da 60 centesimi l’uno. «Tanto per cucinare questo va bene lo stesso» – aveva confessato al pensionato che gli stava vicino e che lo guardava in modo perplesso.

La cena con Beatrice era un’occasione speciale e lui sentiva atrocemente sulle spalle il peso della responsabilità di quella serata. Per quel motivo aveva deciso di giocare in difesa: cucinare per lei un piatto che non aveva mai preparato in vita sua in qualche modo lo alleggeriva.
«Ma veramente è la prima volta che lo cucini?» – sentiva già i commenti della sua ospite stupita e ammirata dal fatto che fosse stato in grado con grande maestria di preparare una ricetta così buona e senza alcuna esperienza. «Evidentemente hai l’arte della cucina nel sangue..» – fantasticava che lei gli dicesse mentre mordicchiava un pezzo di carne croccante fuori e rosato dentro.

Beatrice, quando varcò la soglia della porta d’ingresso dell’appartamento di Gianni, arricciò improvvisamente il naso. La narice sinistra si sollevò fino al suo massimo possibile e contemporaneamente la sopracciglia destra si abbassò spingendo verso sinistra la punta del labbro.
Quell’odore l’aveva riconosciuto subito: era il puzzo del sacrifico di un maiale scannato e fatto a pezzetti per appagare il gusto di un manipolo di barbari. Era inconfondibile; era arrosto!

Se ti invitassi a cena e tu non mi dicessi che sei vegana e celiaca io mi sentirei a disagio. Cioè, un conto è se sei vegana e un conto è se sei celiaca, ma se sei sia vegana sia celiaca e non me lo dici io m’incazzo” – rimbombarono nella sua testa le parole che Ginevra aveva solennemente tuonato durante la pausa pranzo. In quel momento, se li avesse avuti, si sarebbe data una fortissima mazzata sui coglioni. E adesso? Come sarebbe potuta uscire indenne da quella situazione?

«Dammi il cappotto» – le disse Gianni sfoderando un sorriso che più sorriso non avrebbe potuto sfoderare. Lei si sciolse dentro i suoi magnifici trentadue denti e per qualche istante dimenticò che quello che aveva di fronte era un assassino, per giunta seriale. «Avrai fame.. o almeno lo spero, ho dato il massimo per essere all’altezza della tua presenza». Era con le spalle al muro; aveva la forchetta puntata contro la bocca. «Ho cucinato l’arrosto, è la prima volta che ci provo!». Beatrice non riuscì a nascondere una piccola smorfia. «Tranquilla! Ho chiesto aiuto prima di mettermi ai fornelli. Tu assaggialo e se non ti piace ordiniamo una pizza!». Gianni non era stato minimamente sfiorato dall’idea che lei potesse essere vegana, ma neppure vegetariana. E in fondo mica aveva tutti i torti. “Almeno si è limitato a un secondo, se avesse fatto anche una teglia di pasta al forno sarebbe stato peggio” – pensò la celiaca-vegana.

Prima riempì il calice di Beatrice con del vino color rosso rubino, poi estrasse l’arrosto dalla padella e con un coltello lungo e affilato lo tagliò in tante fettine sottili sottili. Non era ben cotto, ma al sangue. Sembrava tenerissimo.
«Assaggia!» – esortò Gianni. “È che non mi va di passare per una difficile” pensò Beatrice mentre con il coltello cominciò a incidere la carne del maiale. Lo stava facendo senza guardare il piatto, i suoi occhi erano fissi su quelli del cuoco provetto. Non guardò la carne neppure quando lentamente cominciò a portarla verso la bocca e non smise di fissare Gianni neppure quando cominciò a masticare con calma.

Il gusto del sangue era buono. Era tenero quel pezzo di carne. Era croccante e morbido allo stesso tempo. Sorrise: «È buono. È molto buono». Gianni le versò altro vino, lei continuò a bere. Gianni le riempì nuovamente il piatto con dell’altro arrosto, lei continuò a mangiare.

La cena scivolò via allo stesso modo in cui loro scivolarono sul divano. «Stai sudando, vuoi che accenda il ventilatore?» – Beatrice ascoltò con poca attenzione la premura di Gianni, scosse nervosamente la testa e rispose di no. Prese la sua mano, se la passo sulle guance. Si avvicinò al suo viso e cominciò a baciarlo con sensualità.
Gianni dalla scollatura della camicetta riusciva a intravedere i capezzoli in cima alla punta del seno. Erano grossi, abbondanti e invitanti. Beatrice continuava a sudare e la sua pelle diventava sempre più lucida. La tirò a sé, lei gli salì sopra.

La ragazza era un vulcano in piena eruzione di passione. Gianni non la credeva capace di tanto ardore; Gianni voleva sentire il gusto della sua pelle, voleva sapere se quei capezzoli così grossi erano anche tanto dolci. Cominciò a sbottonarle la camicetta, lo fece con foga.
Beatrice aveva voglia. Aveva voglia di carne, aveva voglia di sangue. Era come se davanti a lei non ci fosse più quel ragazzo tanto dolce e ammaliante che l’aveva accolta qualche ora prima, adesso vedeva solo un pezzo di carne dall’aroma irresistibile…

Ginevra la stava fissando con occhi increduli: «È tutto vero?».
«Sì!» – rispose Beatrice mentre, seduta sulla brandina della cella, raccontava all’amica ogni singolo dettaglio di quell’istinto irrefrenabile che l’aveva condotta a uccidere un uomo.
«Tu hai azzannato Gianni al collo durante un rapporto sessuale?» – chiese nuovamente l’amica.
«Sì!»
«E perché lo hai fatto?».
«È che quando mangio carne mi viene voglia di fare sesso o di uccidere, se insieme meglio».
«Te l’avevo detto io che avresti dovuto dirglielo che eri vegana..».

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