Ma non è che abbiamo perso la voglia di inventarci le storie? A mettermi la pulce nell’orecchio è stato un collega che un paio di settimane fa mi telefona per segnalarmi un articolo pubblicato sul numero di Linus dedicato a Kafka. Il pezzo è di Vanni Santoni ed è dedicato agli scrittori emergenti dell’Europa dell’est, ma a colpirmi più di tutto è la premessa che fa.
Nell’introduzione del pezzo si dice che chi oggi vuole trovare “il nuovo e il potente nell’arte del romanzo non può che guardare in quella direzione”, ovvero all’est Europa. La scuola americana dunque avrebbe perso qualcosa e la causa la suggerisce sempre Santoni con una suggestione: cita infatti Martina Testa, traduttrice e direttrice editoriale tra le massime conoscitrici della letteratura contemporanea americana, che ipotizza che la perdita di egemonia della letteratura made in USA sia dovuta al fatto che gli autori vengano dai master in scrittura creativa delle università dove il modo più sicuro per avere successo è scrivere qualcosa che rassomigli a qualcosa che già ha avuto successo.
Leggo, rifletto e metto da parte, fino a quando non mi imbatto in un altro articolo che questa volta viene pubblicato su La Stampa. Il pezzo è di Vincenzo Latronico e si intitola ‘Se nessuno scrive romanzi digitali’, ma anche in questo caso a interessare è un passaggio che si trova al fondo della prima colonna dell’impaginato. Latronico scrive: ultimamente si è discusso molto del fatto che i maggiori premi letterari italiani sembrano concentrarsi in modo preponderante su opere di non-fiction. La discussione, in genere, finisce per incolpare il marketing librario e una tendenziale perdita di fiducia collettiva nelle possibilità del romanzo d’invenzione.
Si tratta solo di due pezzi di un puzzle che però, a mio avviso, cominciano a raccontare qualcosa della narrativa contemporanea. Non vi capita mai di approcciarvi a un romanzo di successo e trovarlo troppo simile a qualcosa che avete già letto? Non vi capita mai di pensare che tutte queste storie autobiografiche, che raccontano tutte lo stesso pezzo di realtà abbiano annoiato? E sui generi, non vi sentite imbrigliati dal fatto che vi offrano sempre la stessa cosa?
Forse non è un caso che mi ponga queste domande dopo aver finito di leggere ‘L’esercito delle 12 scimmie’ di Elizabeth Hand. Il libro viene dopo il film ed è stato scritto sulla base della sceneggiatura, ma è comunque un viaggio. Una storia inventata ambientata tra futuro e presente (quello del 1996 quando venne pubblicato il libro). Un eroe che deve portare a termine la propria missione superando ostacoli fisici e mentali. Una trama che permette al lettore di chiudere gli occhi e immaginare un mondo che nei fatti non esiste.
Io non ho una preparazione tale da avere una fotografia generale e realistica di quel che il mondo dell’editoria offra ai lettori. Non sto parlando di quello che nel complesso viene offerto, perché è evidente che ci sono case editrici e autori che pubblicano libri di ogni genere; sto parlando del famoso ‘mercato editoriale’ che costituisce il palcoscenico più importante per un autore.
In questo fantomatico ‘mercato editoriale’ c’è ancora spazio per le storie di totale finzione? Quelle che non hanno alcun collegamento con la realtà? Ed è a questo punto che torna, in modo circolare, la domanda iniziale: ma non è che abbiamo perso la voglia di inventarci queste storie perché sappiamo che non troveranno spazio? Per esempio: guardando la foto della piscina che ho messo in copertina, voi che storia scrivereste?
Chi sono? Mi chiamo Gioele Urso e sono un giornalista e autore torinese. Da giornalista mi occupo di politica, sindacale, manifestazioni di piazza, problemi di quartiere e più in generale di storie. Come autore ho pubblicato tre libri noir: ‘Le colpe del nero‘ nel 2018, ‘Calma&Karma‘ nel 2020 e ‘L’assassino dei pupazzi‘ nel 2022. Se vuoi puoi ascoltare i miei audio racconti su Spotify.
