Numero Zero, il nuovo romanzo di Umberto Eco, non è Il nome della rosa. I suoi più fedeli lettori ne potrebbero rimanere delusi però il lavoro dello scrittore piemontese è di valore assoluto: una critica così feroce al mondo del giornalismo non può passare inosservata.
Di quello che scrivono i giornali non ci si può fidare; sulle pagine si scrivono solo cose che fanno comodo ai propri editori; la stampa è un mezzo per raggiungere il potere e controllare l’opinione pubblica; nel mondo dell’editoria fa carriera solo chi conosce l’arma del ricatto e sa obbedire al buon senso dell’opportunismo; chi cerca la verità muore. Umberto Eco in Numero Zero mette a nudo il mondo del giornalismo. La prima reazione di chi ha letto o leggerà il suo romanzo dovrebbe essere quella di non comprare mai più un quotidiano.
La trama è semplice: un editore vuole un posto nei salotti che contano e per farsi aprire quelle porte decide di fondare un nuovo quotidiano; tempo stimato per andare in edicola dodici mesi durante i quali una improvvisata redazione dovrà presentare dodici numeri zero da mettere nelle mani di chi potrebbe avere paura di quei contenuti.
Non solo, perché in Numero Zero ci sono anche un ricatto nel ricatto, un’inchiesta che scotta e qualche riferimento alla realtà. Come quella volta che i giornalisti di Mattino 5 pedinarono il magistrato del verdetto Fininvest-Cir e cercarono di mettere in evidenza tutte le sue presunte stravaganze tra le quali quella più scandalosa: indossava calzini color turchese.
Ma è proprio vero che il giornalismo italiano è caduto così in basso? Ha ragione Umberto Eco? Aveva ragione anche quando ipotizzava l’impossibilità in Italia all’aspirazione massimo di un giornalista, ovvero all’obiettività?
Twitter: @gioeleurso1
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