Cinque cose che ho imparato leggendo “La partita” di Piero Trellini

Il 5 luglio del 1982, giorno di Italia-Brasile, io non ero ancora nato; sono nato quasi un anno esatto dopo. I mondiali di Spagna però sono stati un’ombra costante sulla mia infanzia e adolescenza. Noi classe 1983 che abbiamo dovuto aspettare altri 26 anni per vedere gli azzurri sul gradino più alto del podio. Vittoria, quella del 2006, arrivata come un fulmine a ciel sereno, proprio allo stesso modo di quella del 1982.

Per 23 anni ho sempre pensato che non avrei mai visto l’Italia vincere un mondiale. E così ho vissuto nel rimpianto di essere nato un anno dopo e con impressa nella memoria la serata della finale dei mondiali di USA 1994. Tre le immagini di quei 120 minuti: Pagliuca che bacia il palo; Baggio che tira alto quel maledetto rigore; Baresi che piange in mezzo al campo.

Sarà per questo che quando ho visto in libreria “La partita” di Piero Trellini non ho potuto fare a meno di comprarlo e di leggerlo tutto d’un fiato. Un libro di 607 pagine che scorre liscio e ti afferra senza mollarti un secondo fino al termine della lettura. Trellini racconta il mondiale di Spagna partendo da qualche decennio prima, ti spiega gli intrecci che portarono ad alcune importanti novità di quel mondiale e che avrebbero stravolto il mondo dello sport. Ti parla di politica, economia, calcio, giornalismo e anche società. È un libro, cosa fondamentale, che insegna tante cose. Io ho imparato che: 

  1. a trasformare il mondo del pallone nella infernale macchina acchiappa-soldi che conosciamo oggi fu un uomo di industria, il signor Adidas che fu determinante nell’elezione di Jean-Marie Faustin Goedefroid “João” de Havelange a presidente della FIFA e che con lui architettò il sistema che portò agli sponsor nel calcio, agli sponsor tecnici, ai diritti tv e alle pubblicità all’interno degli stadi. Tutto andava monetizzato.
  2. ho imparato che in Italia ci sono stati giornalisti in Italia che hanno vergognosamente coperto la dittatura che c’è stata in Argentina, anche durante i mondiali del 1978, perché chi controllava il giornale per il quale lavoravano – Il Corriere della Sera – era la P2.
  3. ho anche imparato che a comportarsi come fecero i giornalisti sportivi italiani nel 1982 – che si inventarono notizie di sana pianta e attaccarono il Bearzot e la squadra senza sosta – si fa la figura dei cialtroni.
  4. ho imparato che il calcio brasiliano, così elegante e ballato, nasce per esigenza: i brasiliano dovettero imparare a giocare contro i colonialisti senza contatto fisico perché avevano paura di ritorsioni. Nasce così il dribbling.
  5. ho imparato che Holly e Benji nasce in onore del mondiale del 1982 e che il famoso tiro combinato di Oliver Hutton e Tom Becker durante la finale del campionato nazionale delle scuole elementari tra New Team e Muppet è un omaggio al terzo gol che l’Italia segnò il 5 luglio del 1982 contro il Brasile. Se vuoi saperne di più leggiti il libro.

Di cose questo libro ne insegna proprio tante. Ti aiuta a capire cosa fu l’Italia dal 1960 in poi e cosa furono la Spagna, il Brasile e l’Argentina nello stesso periodo. È un libro denso di senso del dovere e della giustizia. Racconta un Paese che oggi non c’è più e tra le righe non è difficile intravedere i pericoli che stiamo correndo.

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