Ho deciso di leggere V13 di Emmenuel Carrère che ero tra le corsie del Salone del Libro di Torino, la manifestazione era al termine e da poco era arrivata la notizia che lo scrittore francese aveva vinto il Premio Strega europeo. Non sapevo nulla di questo libro e mi sono affidato a quelle pagine come chi si lascia cadere indietro contando sulla fiducia di un amico che è pronto ad afferrarlo. Ho fatto bene.
Non faccio troppi giri di parole (questo è un blog e un blog non si perde in troppi fronzoli), due sono gli aspetti che mi hanno colpito di più e che credo siano meritevoli di una riflessione generale da parte di tutti noi: la genesi della radicalizzazione islamica e il concetto di lucida agonia.
In V13 Carrère ricostruisce per intero il processo che ha portato alla condanna dei terroristi di matrice islamica che il 13 novembre del 2015 fecero gli attentanti a Parigi al Bataclan, in alcuni locali e allo Stade de France. In totale quella notte morirono 131 persone e molte altre, seppur sopravvissute, sono rimaste segnate in modo indelebile.
Tra le pagine del libro viene data voce a chi dal Bataclan è uscito vivo, ai familiari delle vittime, ma anche agli avvocati della difesa e della parte civile, e viene concesso spazio anche per i terroristi stessi. Carrère in qualche modo tenta di entrare dentro le persone, andando oltre la pura cronaca e gli spari.
La radicalizzazione
Il tema della radicalizzazione è quello che mi ha colpito di più. Da cosa nasce uno jihadista? Cosa porta una persona cresciuta in Francia a farsi esplodere dentro un locale? È solo frutto di una società malata e crudele? Nel libro si legge: per arrivare a questo bisogna essere stati rifiutati, umiliati, emarginati da un sistema socioeconomico spietato che non lascia altra scelta se non la criminalità o una religione impazzita. Non solo però.
Viene anche riportata la testimonianza di Hugo Micheron, un arabista, che spiega il suo punto di vista: chi è radicalizzato non si considera vittima o caso sociale, ma eroe. I soli rispettabili sono gli identitari di estrema destra che riconoscono l’incompatibilità tra le loro civiltà.
E infine c’è il tema del carcere che viene considerato il laboratorio del jihadismo del secondo decennio del Duemila. Vengono definite Università del terrorismo e mi tornano in mente le parole di chi mi dice che a Torino, per esempio, nel minorile non c’è un numero adeguato di mediatori culturali e che questi giovani spesso non parlano l’italiano.
La lucida agonia
Non ero a conoscenza del concetto di lucida agonia, ma secondo me vale la pena fare una riflessione. Da definizione è ‘il sentimento di terrore provato dalla vittima che, fra il momento in cui è stata colpita o aggredita e il momento del decesso, ha avuto la coscienza del carattere ineluttabile della propria fine’.
In sostanza è la paura che hanno provato quelli che si sono finti morti sotto strati di altri cadaveri al Bataclan, o quelli che si sono nascosti in un controsoffitto ascoltando gli spari dei terroristi; ma è anche il sentimento provato da chi è stato scoperto ancora vivo ed è stato ucciso. Per queste persone la giustizia può prevedere un risarcimento specifico.
L’avvocato del terrore
È il titolo di un documentario che Carrère consiglia di guardare e che è dedicato a Jacques Vergès, un avvocato che ha difeso i peggiori criminali. Invece ‘Il nous reste les mots’ è un libro scritto a quattro mani dal padre di una delle vittime insieme al padre di un terrorista, Azdyne Amimour e Georges Salines.
Chi sono? Mi chiamo Gioele Urso e sono un giornalista e autore torinese. Da giornalista mi occupo di politica, sindacale, manifestazioni di piazza, problemi di quartiere e più in generale di storie. Come autore ho pubblicato tre libri noir: ‘Le colpe del nero‘ nel 2018, ‘Calma&Karma‘ nel 2020 e ‘L’assassino dei pupazzi‘ nel 2022. Se vuoi puoi ascoltare i miei audio racconti su Spotify.








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