Il coronavirus, il caffè e cosa ho scoperto di me

Questa mattina mentre mi stavo versando la seconda tazzina di caffè ho realizzato una cosa e un po’ mi sono stupito. Mi sono reso conto che questo coronavirus è un po’ come Thanos, il cattivo degli Avengers: è una grande merda, ma ha anche effetti collaterali che ci porteremo dietro anche dopo e che ci serviranno a migliorare noi stessi.

Questa mattina, mentre mi stavo versando la seconda tazzina di caffè, ho realizzato che io sono una persona estremamente legata a piccoli riti che mi costruisco e dei quali non riesco consciamente a liberarmi. Sì, avevo il dubbio di esserlo già in tempo di pace, ma adesso posso dirlo con estrema certezza. E la seconda tazzina di caffè che ci azzecca? Ora ve lo spiego.

Non sempre la mattina bevo il caffè e, da ormai un bel po’ di tempo, quello di inizio giornata comunque rimane l’unico. Però quando lo bevo a casa ho il mio piccolo rito: preparo la moka, la metto sul fornello, attendo che esca pacioccando al pc, quando esce me ne verso metà tazza, la bevo pacioccando davanti al pc, mi alzo bofonchiando per andarmi a versare la seconda tazzina e me la bevo pacioccando al pc.

L’altra mattina ho tentato di stravolgere questa routine versandomi l’intera moka nella tazzina, ma (non ci crederete) il caffè non aveva lo stesso sapore. O meglio, berlo non è stato così piacevole. Allora ho realizzato: io amo il sapore del caffè, ma ancora di più amo il rito che mi sono creato.

In tempo di pace raramente la mattina bevevo il caffè a casa. Prima quella tazzina di caffè era la prima scusa quotidiana per socializzare. La bevevo dal barista sotto casa: entravo, ordinavo un caffè corto (che in realtà non era corto, ma era normale solo che per lui era corto e non normale), sceglievo il cornetto da mangiare, leggevo il giornale, bevevo il caffè, l’acqua, facevo una lunga conversazione e andavo in ufficio. Anche quello era un rito quotidiano.

Sì, il coronavirus mi sta facendo rendere conto che io ho bisogno di riti quotidiani. Prima c’era il bar, la chiacchierata dal giornalaio, l’ufficio, il giro in centro passando per Comune e Regione, le telefonate sempre ai soliti e la camminata per tornare a casa alternando quei due o tre tragitti che preferisco. Oggi c’è la sveglia comunque alla solita ora, il vestirsi per uscire anche se sto in casa, il caffè in due tazzine, la pausa a metà mattina e a metà pomeriggio sul balcone, il sabato come se fosse ancora sabato e quell’oretta davanti a una serie tv finito di montare l’ultimo servizio.

Credo che questi momenti cadenzati durante la giornata siano la mia zona di comfort, quegli attimi attorno ai quali può scatenarsi tranquillamente il caos.

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