L’eredità della quarantena: 4 cose che sarebbe un crimine dimenticare

Questa mattina ho realizzato che dopo 71 giorni di lockdown (più o meno rigido) da domani – lunedì 18 maggio – non ci sarà più bisogno di autocertificazione per uscire di casa. Un primo passo, sostanzioso, per cercare di tornare alla normalità dopo due mesi che ricorderemo per sempre. Ognuno a modo suo.

Settantuno giorni che ci hanno cambiato profondamente e che hanno fatto emergere alcune cose buone e tante brutture della nostra società. Cose che prima erano solamente nascoste sotto al tappeto.

Abbiamo scoperto che quello che abbiamo vissuto non è stato un distanziamento sociale, ma un distanziamento fisico. Hanno solo sbagliato a definirlo all’inizio. Sì, perché la quarantena ci ha allontanati fisicamente, ma non ha impedito di creare nuovi legami e di mantenere quelli che già c’erano. Questo è stato possibile grazie alla tecnologia che ci è venuta incontro permettendoci di chiacchierare e vedere i nostri affetti, ma anche grazie al fatto che siamo stati in grado di moltiplicare i sorrisi e le strizzate d’occhio per sopperire ai mancati abbracci.

Abbiamo però scoperto che la tecnologia da sola non può niente, perché la video chiamata non si può sostituire a sistemi strutturati a sostegno della digitalizzazione della scuola e non può neppure ridurre il divario digitale tra piccole e medie imprese, ma anche tra territori. Magari su questo si dovrà lavorare, visto che, come ha detto Conte, l’Italia che vogliamo dovrà essere più green e più digitale.

Abbiamo imparato che la quarantena non è democratica perché non tutti vivono in spazi adeguati. C’è chi vive da solo in un monolocale senza balconi (claustrofobico) e chi vive in 5 dentro una casa di 90 metri quadri (assembramento). Ripensare gli spazi urbani potrebbe essere un buon modo per non rendere vana questa triste esperienza che abbiamo vissuto.

Abbiamo scoperto – e questa è la cosa più importante – che il sistema economico che abbiamo costruito negli anni non è in grado di garantire continuità a tutti. Che continuità? Semplicemente la continuità di avere ogni giorno, due volte al giorno almeno, un piatto in tavola con del cibo da mangiare. Ci sono troppi lavoratori in nero, troppi lavoratori a chiamata, troppi contratti in scadenza e alcuni settori sono vere e proprie giungle senza regole. E poi sono mancate le coperture adeguate per garantire a tutti gli ammortizzatori sociali. Precarietà – o flessibilità come qualcuno ama chiamarla – non è bello.

Da domani ci saranno meno dirette su facebook, meno post sui blog, meno video in giro per il web perché torneremo a riconquistarci la normalità giorno dopo giorno, ma dentro di me maturo una speranza: non disperdiamo quel che abbiamo imparato. Custodiamo cara la lezione del lockdown, anche perché da domani inizia la fase due e per sopravvivere non basterà rimanere sdraiati sul divano a leggere un libro o guardare una serie tv.

Ah, dimenticavo.. non perdiamoci di vista!

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