Un capitolo tagliato: Il silenzio!

Voglio celebrare queste 48 ore di silenzio elettorale pubblicando queste quasi 5.000 battute che ho tagliato dal testo finale del mio prossimo libro. Si tratta di una scena che ho reputato superflua, ma che oggi mi piace proporvi. Inutile dire che era solo una bozza di capitolo, quindi prendetela per quello che è. Un appunto. Buona lettura!

«Un bicchiere di vino, grazie». Quello che aveva appena chiesto a quel bizzarro barista era solo l’ennesimo goccetto. Prima, nelle ultime nove ore, ce n’erano stati molti altri. L’uomo dietro al bancone, senza togliersi di dosso neppure per un solo secondo il sorriso di ordinanza, terminò di sciacquare la tazzina di caffè che aveva tra le mani e gli chiese se il vino lo volesse bianco oppure rosso. «Bianco e fermo, per cortesia», rispose l’altro.
Il barista si voltò, allungò la mano fino allo scaffale e prese un bicchiere a forma di palloncino che poggiò sulla superficie in marmo del bancone. Da sotto estrasse un bottiglione verde da oltre due litri e ne versò qualche centilitro nel bicchiere. «Ecco a lei», disse ostentando eccessiva cortesia. L’altro prese il bicchiere e si sedette a uno dei tavolini liberi vicino all’ingresso del locale.
Capelli color cenere, la pelle consumata dalla psoriasi e il viso arrossato dal troppo vino e dalle tante paranoie della vita, su quell’uomo erano stati cuciti addosso, in modo quasi sartoriale, i panni dell’intellettuale gregario. «È da ieri sera che faccio festa», disse in modo improvviso rivolgendosi al barista. «Non proprio da ieri sera, da meno di ieri sera. È dall’inizio del silenzio elettorale che faccio festa», continuò fissando il tizio dietro al bancone.
Il primo bicchiere di vino, uno spumante di sottomarca acquistato dalla signora Rosita, una donna di una certa età, bassa e morbida, che gestiva il piccolo negozio di generi alimentari che c’era sotto casa, lo aveva sorseggiato. Gli altri invece li aveva trangugiati senza badare al sapore. Un paio di minuti prima dello scoccare della mezzanotte era andato a prendere la bottiglia in frigorifero. Voleva berlo gelato quello spumante, perché così facendo era sicuro di non badare troppo al gusto acido che nelle ore successive avrebbe ruttato con una certa regolarità. Poi allo scoccare della mezzanotte aveva stappato, controllato che l’esplosione del tappo in sughero non facesse danni in casa – di valore tra quelle quattro mura non aveva nulla – e si era versato il primo bicchiere che bevve sorso dopo sorso. Sì, faceva schifo, ma visto quel che lo aveva pagato non poteva aspettarsi di meglio.
«Le hanno mai detto che lei assomiglia a Sean Connery?», domandò al barista che fino a quel momento non gli aveva dato troppa corda. «Sì Sean Connery, ha presente?». Il barista interruppe il suo da fare, alzò solamente un sopracciglio e poi fece un sorriso che assomigliava più a un ghigno malefico: «Non quello di 007, però..». I due scoppiarono a ridere nello stesso istante, anche se la risata dell’intellettuale sfigato era più un verso che ricordava il lavorio di una lavatrice.
«Il bicchiere è bucato», disse l’avvinazzato sollevando la mano destra, «Potrebbe rimediare?», aggiunse allungando il braccio verso il bancone. Nessun problema per il barista soddisfare il bisogno di bere di quell’impiegatuccio, l’importante era che tirasse fuori i soldi.
«L’ho comprato per l’occasione», disse l’uomo al barista indicando il suo vestito di velluto beige, «l’ho comprato perché questa volta saremo noi a festeggiare». Sembrava il personaggio di un classico rivisitato della narrativa russa e poi il fisico non lo aiutava affatto. Sulle spalle del cappotto abbondava la forfora, i capelli erano unti o forse sporchi ed era grasso, ma con le mani snelle. “Però ha le dita da pianista”, aveva pensato il barista quando lo aveva visto trafficare con un giornale che era sopra il tavolino. Il dirigente sovietico intrappolato in una vita costretta tra le vie di Torino aveva dispiegato il quotidiano sul tavolino e si era rabbuiato leggendo il titolo in prima pagina; poi aveva cominciato a sfogliare le pagine fino a che non era arrivato alla cronaca politica. «No, non voglio leggere», aveva esclamato mentre con un colpo di mano aveva ripiegato il giornale su se stesso.
Il silenzio si era impossessato dell’intero locale. La radio non era accesa, dentro il bar non vi era altra anima viva che loro due e la porta chiusa isolava talmente bene che non faceva trapelare alcun rumore dall’esterno. «Ascolti», disse sussurrando al barista, «lo sente?», continuò agitando la mano nell’aria con le dita raccolte in un unico punto come a imitare il beccare di un uccello, «è bellissimo, no?». La sua voce era quasi impercettibile, i suoi occhi erano simili a quelli di una donna impossessata dal demonio e i muscoli del suo volto si stavano lentamente irrigidendo. «È il silenzio quello che io sto festeggiando». Fu dopo quelle parole, pronunciate con il tono di un folle, che si alzò in piedi, sollevò in aria il bicchiere a forma di palloncino, brindò con un cenno del capo, scolò l’ultimo sorso e dopo aver pagato infilò la porta dalla quale era entrato.

Chi sono? Mi chiamo Gioele Urso e sono un giornalista e autore torinese. Da giornalista mi occupo di politica, sindacale, manifestazioni di piazza, problemi di quartiere e più in generale di storie. Come autore ho pubblicato due libri noir: ‘Le colpe del nero‘ nel 2018 e ‘Calma&Karma‘ nel 2020. Se vuoi puoi ascoltare i miei audio racconti su Spotify.

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